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TestoIl “vincolo di giustizia” in ambito sportivo.

Con il tesseramento per gli atleti e l’affiliazione per le società sportive, si pone in essere l’adesione all’ordinamento sportivo, ovvero quanto previsto e “tutelato” dall’art. 18 della Carta Costituzionale, la quale garantisce il diritto di associazione per fini che non siano contra legem.
Di fatto il tesseramento e l’affiliazione determinano in capo all’atleta ed alla società sportiva l’adesione, “senza alcuna via di scampo”, alla famigerata clausola compromissoria, mediante la quale il soggetto sportivo acconsente che le controversie nascenti per questioni interne all’ordinamento sportivo vengano portate all’attenzione ed alla decisione di organismi, sempre sportivi, costituiti ad hoc.
Quanto ora descritto, è con buona pace di tutti, limitativo del diritto di difesa garantito dall’art. 24 della Costituzione, ed è previsto dall’art. 4 delle legge 91/81.
Le norme or ora prese in esame, accostate all’art. 2 delle legge 280/03, danno vita al vincolo di giustizia sportiva, la cui violazione, oltre la lesa maestà, comporta una serie di sanzioni che vanno dalla penalizzazione, alla squalifica, passando per l’inibizione del tesserato che abbia commesso l’infrazione.
A mio modestissimo parere, paventare sanzioni  per la violazione del vincolo di giustizia, è illegittimo, infatti il veto posto al tesserato di ricorrere alla giustizia ordinaria per impugnare provvedimenti che si ritengano lesivi di interessi fondamentali in capo alla propria persona, viola gli artt. 24, 103 e 113 della Carta Costituzionale che sanciscono il diritto del tesserato di far valere i propri diritti o interessi giuridici dinanzi ai agli organi giurisdizionale dello Stato.
Vieppiù le norme dei regolamenti statutari delle varie federazioni sportive, sono o dovrebbero essere subordinate alle norme di rango costituzionale, di conseguenza non possono avere un contenuto che contrasti con la legge o la Carta Costituzionale.
A rigore di logica l’efficacia di ogni provvedimento disciplinare, dovrebbe decadere in presenza di un contestuale ricorso dinanzi all’organo di giustizia sportiva, se l’impugnazione ha ad oggetto questioni rilevanti o che  possano arrecare un nocumento economico per il soggetto sportivo,  mentre in caso di altra materia, il tesserato come ultima chance dovrebbe avere la possibilità di ricorrere al giudice.
L’art. 3 della legge 280/03 pur salvaguardando le clausole compromissorie presenti nei vari ordinamenti sportivi federali, non le reputa assolute, dato che sussiste sempre un discrimine della rilevanza esterna delle questioni oggetto della controversia, che investono l’ordinamento statale a prescindere dalla sussistenza o meno di clausole compromissorie.
Il vincolo di giustizia sportiva è del tutto inadeguato poiché in palese contrasto con il diritto fondamentale della difesa garantito dalla carta Costituzionale.
Tanto per fare un esempio, la simbiosi tra l’art. 30 Statuto FIGC e l’art. 11 bis C.G.S. fa sì che sia inficiato indegnamente il diritto del tesserato o del “club” affiliato di ricorrere all’autorità giudiziaria statale, in tal modo si va contro l’art. 24 della Costituzione che garantisce ad ogni persona il diritto di ricorrere al giudice per la tutela propri diritti ed interessi legittimi e poi tale vincolo è contrario al principio della gerarchia delle fonti, che ci ricorda come gli atti normativi ed i provvedimenti emanati da un ordinamento sovraordinato devono gioco forza prevalere sugli atti che provengano da un ordinamento cosiddetto “settoriale”.
E’ di tutta evidenza che le norme statutarie delle varie federazioni sportive nazionali, non potranno mai in nessuno modo porsi in contrapposizione con le norme di rango costituzionale ed ordinarie, e le norme statutarie delle federazioni che annoverano tra le varie clausole anche quella compromissoria, non possono precludere il ricorso all’autorità giudiziaria ordinaria, in quanto norme di rango inferiore e come tali incapaci di limitare e/o annullare il diritto di difesa del tesserato.
Giusto per chiarezza, si prenda in esame l’art. 3 d.l. 220/03: “ esauriti i gradi di giustizia sportiva e ferma restando la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, ogni altra controversia avente ad oggetto atti del CONI o delle federazioni sportive non riservata agli organi di giustizia dell’ordinamento sportivo ai sensi dell’art. 2. è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo”.
Ebbene quanto previsto dalla norma appena esaminata si pone beatamente in contrasto con il principio enunciato dall’art 24 della Costituzione, nella parte in cui, con magnanimità, si  consente al tesserato il ricorso alla giustizia ordinaria solamente dopo aver esperito tutti i gradi della giustizia sportiva propri dell’ordinamento sportivo, anche per fatti e materie non riservate alla competenza di tali organi.
Un concetto da porre in evidenza è che il discrimine o il confine tra giustizia ordinaria e giustizia statutale non è dato dal disposto della legge, ma dalla rilevanza economica  della questione trattata che legittima il tesserato a ricorrere direttamente alla giustizia ordinaria qualora lo ritenga più opportuno, o perché presuma di ottenere maggior garanzia di tutela.
Come poter uscire da questa illegittima situazione, è presto detto, rendere facoltativo il vincolo sportivo cioè concedere ai tesserati di scegliere in piena autonomia e libertà se ricorrere innanzi al giudice sportivo o considerando la delicatezza degli interessi in questione, ricorrere al giudice ordinario o amministrativo.
In questo modo il vincolo di giustizia sarebbe obbligatorio solo ed esclusivamente per tutte le questioni che attengono all’aspetto tecnico-sportivo, al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive.
Una siffatta riforma del vincolo sportivo consentirebbe al tesserato di avere una tutela necessaria per i diritti e gli interessi che esulano dal mero aspetto sportivo e che incidono sui propri  diritti fondamentali ed economici
 

Il vincolo di giustizia sportiva