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TestoA cura del Dott. Francesco Lambertucci – Consulente Legale in Diritto dello Sport

Lo “status” di atleta professionista o dilettante.

Con un flashback siamo nel 1981, anno in cui  il nostro Legislatore prendeva la decisione di emanare la legge n. 91 sul “professionismo sportivo”. Con tale normativa si intendeva classificare e suddividere, normativamente parlando, gli sportivi in due ben distinte categorie, ovvero, professionisti e dilettanti.
All’art. 2 della legge 91/81 sono definiti professionisti “ gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso  con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI, per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.
Di base la legge ora citata, individua l’atleta a livello professionistico, come colui che esercita l’attività sportiva a titolo oneroso, e comunque poi dà il compito alle varie federazioni sportive, ognuna per la propria competenza, seguendo i dettami del CONI, di qualificare gli atleti professionisti o dilettanti.
E’ lapalissiano il fatto che l’atleta che non rientra nella definizione di professionista, è considerato dilettante, poiché la stessa legge 91/81, non definisce la categoria degli atleti dilettanti, è quindi spettato alle varie federazioni sportive italiane, a propria discrezione, “innalzare” a professionisti o far “sprofondare” a dilettanti le due categorie di sportivi. In questo quadro normativo, le federazioni sportive a loro libero arbitrio, hanno combinato dei veri disastri, il tutto con la concomitante latitanza del CONI nel vigilare sulle decisioni prese dalle medesime federazioni.
Quindi è accaduto che un calciatore militante nella “vecchia” C2 (oggi lega pro Seconda Divisione) avesse la qualifica di professionista da parte della FIGC, mentre un pallavolista tesserato per una società di serie A1, sia stato dalla FIPAV, considerato un atleta dilettante, nonostante, come è facile intuire, egli sia un soggetto ben più remunerato ed avere sulle spalle un’attività di allenamento e gare ufficiali assai più intensa rispetto al suo collega calciatore.
Presumo che l’esempio appena fatto sia  descrittivo ed esemplificativo, e non richiederebbe ulteriore commento e/o critica, ma alcune considerazioni sono d’obbligo.
Nella speranza di essere chiaro sull’argomento in oggetto, occorre fare una precisazione sulla corretta definizione dell’attività dilettantistica che passa per un assunto di fondamentale importanza: “ ogni attività umana economicamente rilevante può essere espletata nelle forme del rapporto di lavoro subordinato ovvero di quello autonomo, in relazione alla scelta liberamente compiuta dalle parti circa lo schema maggiormente idoneo a soddisfare i loro rispettivi interessi”.
Gioco forza l’identificazione dell’atleta professionista o dilettante è diversa da quella di uno sportivo come lavoratore subordinato o autonomo.
Corretto sarebbe innanzitutto  capire se una certa attività sportiva possa rappresentare un’attività lavorativa, ed a posteriori decidere se essa rientri nella categoria del lavoro autonomo o subordinato.
Difficilmente condivisibile è l’interpretazione data dall’art. 2 della legge 91/81.  Da un lato, si afferma che atleta professionista è colui che esercita a titolo oneroso e con carattere di continuità l’attività sportiva, mentre dall’altro si sminuisce la portata degli stessi criteri dall’art. 2 identificati, delegando alle varie federazioni il compito di effettuare tale distinzione. A mio parere, questo non è il modo migliore per stabilire se e in che misura una prestazione sportiva possa essere qualificata come professionistica o dilettantistica, senza parlare poi del disconoscimento in capo all’atleta dilettante, di importanti diritti fondamentali riconosciuti ai professionisti.
Il problema di fondo è che non essendo qualificabile l’attività dello sportivo dilettante come lavorativa, e per tale motivo impedito ad egli la possibilità di sottoscrivere un contratto di lavoro, le varie federazioni sportive, con “arguzia invidiabile”,  hanno introdotto nell’ordinamento sportivo l’istituto del vincolo che lega l’atleta, in modo indissolubile, salvo alcune eccezioni, alla società  per la quale è tesserato, ledendo il fondamentale diritto della persona ad esercitare liberamente l’attività sportiva nel modo più opportuno e confacente. Il vincolo sportivo è la diretta conseguenza dello status di atleta dilettante, e serve a giustificare il rapporto che si è venuto a creare tra l’atleta e la società sportiva di appartenenza, dopo il tesseramento, che a volte maschera un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.
Detto ciò occorre chiarire cosa si intenda nell’utilizzare il termine lavoratore, che per la legge 91/81 è sinonimo di professionismo, e cosa significhi la parola dilettante. Comunemente per lavoratore si intende colui che impiega le sue forze fisiche e/o intellettuali nell’esercizio di una attività produttiva di un bene, di un servizio, o di un opera al fine di trarne un profitto. Il dilettante è un soggetto che pratica un ‘ attività sportiva per mero diletto, senza che l’aspetto economico abbia rilevanza.
Senza dubbio il Legislatore, ha scioccamente utilizzato ed introdotto nell’ordinamento sportivo, la categoria del dilettante , nella quale sono state ricomprese situazioni giuridicamente inconciliabili e distanti tra loro. In questo miscuglio, si trovano soggetti che praticano lo sport per pura e semplice passione, quindi con uno spirito ludicoe amatoriale e soggetti che seppur aventi lo status di dilettanti, praticano un’attività sportiva agonistica dalla quale traggono un sostentamento economico.
E’ auspicabile pertanto, che a breve, la qualificazione del rapporto di lavoro sportivo sia operata sulla base della reale ed effettiva natura della prestazione posta in essere dall’atleta, in modo che l’atleta dilettante si possa liberare dalle limitazioni che impediscono l’esplicazione dei suoi diritti ed il riconoscimento della libertà professionale.